A spasso per i Tornetti

blog_DSCN8676Il vallone dei Tornetti si trova sopra a Viù. Dal termine della strada, poco sotto l’Alpe Bianca, si possono scegliere diversi percorsi. Ieri è stata la volta del Ciarm del Prete, la punta più elevata del vallone, che sfiora i 2400 metri di quota. Qualcuno obietterà che la neve non era delle migliori: il vento aveva creato lastroni duri come il cemento intervallati a valloncelli ricolmi di farina leggerissima. Niente di meglio per esercitare l’occhio e capire in anticipo dove si stavano portando gli sci.
Tant’è… l’occasione di portare gli sci da quelle parti andava sfruttata al volo, e così è stato. Abbiamo avuto una mattinata di freddo e di grandi soddisfazioni, abbiamo spinto lo sguardo sulle pianure e tra le pendici di Lera, Ovarda e  Gran Paradiso. Gita panoramica e remunerativa, per riconciliarci con un luogo che fino ad ora conoscevamo ben poco.
Qualche veduta la si trova
qui, il resto è tutto un bellissimo ricordo. Semmai, un giorno, dovessero anche scomparire i resti dell’Alpe Bianca, si potrebbe quasi pensare ad un luogo incantato a pochi chilometri dalla pianura.

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Passi al Servin

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Il cielo livido e l’aria fresca non ci scoraggiano affatto, anche perché sappiamo che la passeggiata sarà relativamente breve: il giro ad anello del Pian Servin, a Balme, Val d’Ala.

 

 

Più che la passeggiata, è l’occasione in sé che riteniamo speciale: il festeggiamento del primo anno di vita di un blog. Un lembo dell’emisfero virtuale che ha legato noi esseri in carne ed ossa a questa terra, oggi coperta da due spanne di neve.

Un caffè di buon augurio ci accompagna ai Cornetti: Cristina, Cristiana, Marzia, Beppe, Paolo ed io. Non si può dire che non c’è un cane, perché Gaia ci precede scodinzolando. 

Non ricordo nulla di questa valle, so soltanto che ci ero passato anni fa, diretto alle pendici della Torre d’Ovarda. Forse allora c’era la nebbia, oppure vedevamo solo la traccia di fronte a noi. 

Gli occhi sono cambiati, senza dubbio. Oggi c’è tempo per aggirare dall’alto i Fré, antica borgata di minatori lombardi venuti qui per succhiare dalle pendici di Servin e Punta Corna ossidi metallici da forgiare nelle fucine della valle.  

Ad arrivarci dal sentiero a monte i Frè sembrano isolati nel bosco, lontani dal mondo e tuttavia intatti e perfetti. Poi si scopre la strada asfaltata che raggiunge le case, ed allora è chiara la presenza delle paraboliche luccicanti e dei muretti impeccabili.  

Non è più così, se ci si allontana di poco. Le abitazioni costruite al riparo di immensi roccioni, le barmes, modesti ricoveri che hanno dato nome al paese, sono vuote e rovinate. Attorno il bosco cresce imponente, appena rigato dallo schianto delle valanghe dell’ultimo inverno.

L’alpe Salé sta in mezzo al vallone, ad offrire un attimo di riposo al viandante che sale ai laghi verdi. Noi approfittiamo del riparo di una scalinata per sgranocchiare un po’ di cibo. Non è un vero pranzo, perché più tardi ci aspettano le mense imbandite del Camusot, giù a Balme. Per adesso bastano una tazza di tè caldo, un giro di biscotti, un panino. 

Il freddo ci spinge ben presto a ripartire, per completare l’anello. I Frè riappaiono dall’altro lato del vallone. Superiamo un ghiacciaia, antico testimone della fantasia e necessità di un tempo, e ben presto siamo a Balme. 

Non è ancora il momento di sedersi a tavola: il sorriso di Gianni ci spalanca le porte dell’Ecomuseo. Raccolta di oggetti, immagini, stampe, abiti che suggestionano e suggeriscono antichi e diversi modi di vita.

E’ un tentativo per fermare il viandante e farlo riflettere su vite condotte decenni e secoli addietro, nelle stesse valli che si attraversano frettolosamente diretti a mete a cui si dedicherà uno sguardo vorace e distratto. 

Le stanze che ospitano gli oggetti ed i ricordi si snocciolano una appresso l’altra. Non esiste alcuna velleitaria pretesa di tornar indietro verso un passato di miseria, emigrazione, fatica, così come nessuno più salirà in Val Servin ad abitare i barmes sotto la roccia. Si avverte tuttavia il desiderio di ricordare e capire ciò che si era per non lasciare tutto indietro nella corsa di un futuro sempre più inquietante. E’ immediato il richiamo al passato, che, se vissuto al di fuori dello sterile appagamento da imbalsamatore, può ancora insegnare molto a noi esseri ipertecnologici e moderni.

La stretta di mano di Gianni al termine della visita è il corroborante aperitivo per l’agognata merenda sinoira imbandita all’Hotel Camusot. Salutiamo chi parte e chi si aggiunge e ci dedichiamo a saziare la fame, seduti “comme il faut” su comode seggiole, davanti ad una candida tovaglia e molteplici servizi di bicchieri. 

Anche qui ci rincorrono gli echi del passato, sotto forma di oggetti che tra ‘800 e ‘900 allietavano la villeggiatura degli illustri ospiti dell’albergo.
Poltrone e divani in cuoio, grammofoni dalle trombe lucide di ottone, specchi, lampadari rutilanti di cristallo: che differenza rispetto agli oggetti dell’ecomuseo, così semplici, essenziali e funzionali.  

Tra un bicchiere di vino ed un piatto di formaggi riecheggiano i discorsi della mattina. Durerà a lungo questa abbuffata tecnologica fatta di spostamenti e velocità, governata da flussi inimmaginabili di dati e di informazioni?  

Non si stancherà la terra di darci ancora e sempre le risorse per alimentare la nostra fame di emozioni, avventure, conoscenza?

Nel vedere oggetti e luoghi dimenticati ci chiediamo se le generazioni future non saranno costrette, loro malgrado, a reimparare gesti pratici e dimenticati, come fare la legna, arare un campo, seccare le castagne.

I discorsi ed i pensieri si accavallano. Sono chiacchiere di privilegiati pessimisti oziosi con la pancia piena, o saggi richiami a valori come la sobrietà ed il senso del limite, valori che sembrano naufragati nei mari del pensiero unico?

Certo è che nessuno vuole ritornare al passato, quello in cui la miseria era padrona e svuotava i villaggi e le montagne del “mondo dei vinti”; tuttavia la velocità sempre maggiore degli stili e dei modi di vita implica che stiamo perdendo il contatto con un qualcosa che ci appartiene e che ci rende comunque esseri “naturali”. E questa perdita, forse, è la miseria più grande dell’oggi.

 

Il compleanno dei camosci

compleanno_tortaMi sarebbe piaciuto postare foto, descrizioni, osservazioni sulla giornata di domenica scorsa, durante la quale si è festeggiato il primo anno del blog dei Camosci Bianchi. Purtroppo il tempo e le cure sono tiranni e non ci sono riuscito. Poi ho scoperto che l’amico Beppe aveva già fatto tutto il lavoro, e molto di più: allora vi rimando alla madre di tutti i post sull’argomento!