Lupi e Val di Susa

wolfEh no, non aspettatevi aggiornamenti sui lupi che percorrono la valle di susa: le notizie le trovate da altre parti. Qui vi parlerò de "La via dei lupi", romanzo di Carlo Grande ambientato nel medioevo e che ha a che fare con Bardonecchia, Briancon, Exilles ed altri luoghi delle vallate alpine. Non vi dico nulla della trama: fatti d’arme e d’amore, tradimenti, gelosie e fedeltà.  (altre notizie sulla trama qui). I lupi tirati in ballo nel titolo compaiono solo fugacemente  ad indicare una strada ed un destino.
Di Carlo Grande avevo letto "Terre alte: il libro della montagna", una raccolta di racconti sul tema della montagna, e mi era piaciuto moltissimo, come miniera di riflessioni e collegamenti. Questo romanzo mi ha lasciato un po’ perplesso: la vicenda è abbastanza intrigante, ma si svolge secondo me in maniera un po’ stanca, con un finale scialbo e stracco. A mio parere l’autore dà il meglio di sè nei racconti e nei testi brevi.
L’immagine arriva da un
sito sorprendente e, questo si, davvero intrigante.

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Dell'orgoglio, della rabbia e di altri demoni*- parte 4 di 4

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*titolo prestato da Gabriel Garcia Marquez e Oriana Fallaci


Arriviamo all’auto, muti come fantasmi. Unico rumore la fontana della piazza. Ci cambiamo in silenzio, nessuna battuta, nessuna parola. Ci sono rabbie che covano, sono state dette parole pesanti che hanno lasciato ferite e lividi difficili da assorbire. Didier sbatte la portiera con più forza del dovuto, Chantal lo fulmina con uno sguardo furibondo. Lo so cosa pensa. Che se ci fossimo stati soltanto lei ed io, oggi, saremmo sicuramente arrivati in cima. Ed ora saremmo smarriti sulla via di discesa, intenti a cercare un riparo per la notte. Forse è stato meglio così. Ma se ora parlassi rischierei la vita. Didier ha voluto venire a tutti i costi, ed ora sconta la furia di Chantal. Peggio per lui, davanti allo tsunami ognuno nuoti come può.. Finalmente siamo in città, al parcheggio che è il solito punto di ritrovo mattutino. Il salutarsi è un riflesso della buona educazione ricevuta in passato. Null’altro. Nessun arrivederci, nessun proponimento di nuove gite e nuovi incontri. Quando arrivo a casa telefono a Chantal per spiegare, per capire. Ricevo un secco invito a scomparire dalla sua vita. E’ finito qualcosa che forse non era mai iniziato. Voglio solo dormire e svegliarmi domani, per ricominciare a vivere e seguire altri demoni. Abbiamo lanciato una sfida infernale ed abbiamo perso. Se non tutto, sicuramente molto.

 

Si può spiegare ad una bimba di sette anni cosa sono i demoni che ci spingono, ci blandiscono, ci costringono a mentire, simulare, ingannare? Ci obbligano a prendere zaini, corde, piccozze, per lasciarli cadere a terra la sera della domenica, stanchi morti, promettendo che è l’ultima volta e già sapendo di mentire a noi stessi, perché la settimana successiva saremo nuovamente in cerca di montagne e di avventure?

I demoni….

La piccola Beatrice non conosce l’orgoglio che nasconde i nostri limiti e ci fa correre rischi insensati per raggiungere i nostri obiettivi, scelti avventatamente e senza criterio.

Non ha idea della rabbia che esplode nel vedere i nostri sforzi penosi vanificati dalla pochezza dei nostri mezzi.

Vogliamo parlarle della bramosia che ci induce a pretendere sempre di più da una situazione o da una persona, costringendoci a chiederle ciò che non vuole o non può darci? Non immagina ancora cos’è la perdita di controllo nei momenti di debolezza, l’ansia di cui vorremmo liberarci.

E poi l’amore, quel demone trasformista che ci rivolta come un guanto. Enorme inganno che ci fa credere di essere più percettivi e sensibili, quando in realtà siamo soltanto più suscettibili e deboli.

Come faccio a spiegare ad una bambina che la differenza tra inferno e paradiso sta soltanto in un appiglio che al momento giusto non si trova, oppure nel sole che tramonta sulla cresta di fronte?

 

Non sarò io a svelarti tutto questo, Beatrice. Non servirebbe. Dovrai essere tu a salire la tua Cresta del Ferro, incontro ai demoni che ti aspettano lassù. È il loro compito, quello: farti toccare il fondo dei tuoi dubbi e delle tue debolezze. Perché solo conoscendoli saprai quanto vali. Il bello dell’alpinismo, dicono. Affacciarsi oltre i propri limiti, fissare lo sguardo nel buio della paura, del pericolo e della sconfitta. Passare oltre, oppure tornar indietro. E non sapere mai se vince di più chi osa e riesce, oppure chi ha paura e cede.  Io, a questo punto, mi ritiro e taccio, come ho fatto quel giorno, quando non ho difeso Didier. Vedi, mia diletta nipotina, non ci si libera facilmente dei propri demoni.

“Nonno, tu eri il più forte di tutti”

Sorrido. Che l’incontro con i tuoi demoni non ti sia grave, Beatrice. Che tu li riconosca, lotti con loro e ne esca vittoriosa. O, per lo meno, non amareggiata.

“Beatrice, mi aiuti a spostare la sedia a rotelle? Voglio andare là, a vedere il sole che tramonta”.

 

Fine 4 di 4

 

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disegno di Samivel

Dell'orgoglio, della rabbia e di altri demoni* – parte 3 di 4

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*titolo prestato da Gabriel Garcia Marquez e Oriana Fallaci


Due pile in tre, Didier non pensava, non sapeva, non immaginava… Inizio a scendere sulla pietraia, in una direzione qualsiasi. Giusto per allontanarmi da quella cresta maledetta.

“Di qua” dice Chantal. Almeno non mi insulta più. Ma non è la sua voce. Nella sua voce c’erano gentilezza, amore, compassione. Ora solo durezza. Chantal diventa una sagoma che avanza nel buio, seguita da Didier. Io chiudo la fila, con la seconda pila cerco di illuminare la traccia di sentiero che stamani avevamo risalito baldanzosi.  Ci ritroviamo alla baita dove ci eravamo fermati a fare colazione. Didier si siede su di una pietra.

“Avanti, avanti” Chantal lo incita.

“Sono stanco”

“Avanti lo stesso”. La frenesia che mi aveva preso in cresta ora si è trasmessa a Chantal, che ci spinge a valle, a frustate di parole. Siamo nel buio più completo.

“Se scendiamo diritti nel bosco, troveremo la strada, in basso” Didier è tornato tra di noi, non vuole più essere un pacco trasportato, cerca di rendersi utile.

“Stai zitto e cammina, per oggi ci sei già bastato come peso morto. Non rompere, non discutere, seguimi e taci.” Ora Chantal è ingiusta, non ha senso trattare così Didier. Ma perché io non dico nulla e cammino in silenzio dietro a loro due? Non vedo l’ora che la discesa sia finita, che arrivi la strada, per potermi dedicare alle consuete operazioni che mettono termine ad una gita. Posare lo zaino. Aprire l’auto. Togliere gli scarponi e dire che quella è la vera soddisfazione dell’alpinismo.  Infilare calzini e maglietta asciutti, caricare gli zaini in auto e guidare verso casa.

Ecco ciò che voglio.

E dimenticare questa giornata. E la Cresta del Ferro.

 

“Questa qui è la nonna?”

“No cara, tua nonna l’ho conosciuta tanti anni dopo”.

“E allora chi è?”

“Un’amica del nonno”

“E dove abita?”

“Lontano lontano”

“Lontano dove?”

“Mah…”

 Non so davvero dove sia Chantal, adesso. Al seguito di qualche spedizione, o in qualche sperduto rifugio. Oppure a bordo del suo jet personale, acquistato dopo aver guadagnato il primo miliardo come top-manager. Da quel giorno dannato ci siamo incrociati solo due altre volte, poi le nostre strade si sono del tutto separate. Lo stesso è successo con Didier. Ho voluto dimenticarmi di lui, l’ho lasciato indietro come il relitto di un naufragio.

 

Fine 3 di 4

 

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immagine di Samivel

Dell'orgoglio, della rabbia e di altri demoni* parte 2 di 4

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*titolo prestato da Gabriel Garcia Marquez e Oriana Fallaci



La sfida negli occhi di Chantal è evidente. “Siamo arrivati fin qui, andiamo avanti. Non possiamo fare altro. Non dobbiamo fare altro.” Io sto zitto. Codardo.

Saliamo con furia, invasati e ciechi al sole che cala. Alle soste appena ci guardiamo, sappiamo già cosa fare. Una cordata perfetta, davvero. Didier ci segue, lo sguardo sempre più assente. La mente assorta nel suo labirinto impenetrabile di idee fisse. Ha capito tutto, ed ora si isola da un contesto che vuole rifiutare?

Non gli badiamo, non abbiamo tempo.

Il sole declina all’orizzonte, inarrestabile, inesorabile.

 

Un altro demone, Beatrice, uno dei più crudeli. Il tempo che se ne va, poco alla volta. Ed è il più terribile, perché non puoi scendere a patti con la sabbia che scorre nella clessidra. Tu vuoi ancora fare qualcosa, tu devi ancora fare qualcosa… ma non c’è più tempo. Voleé, rubato, perso.

 

Arriviamo alla Quarta Torre. La punta è ancora lontana, ma il tramonto incombe alle nostre spalle.

Chantal è alle prese con un passaggio ostico. E’ stanca, lo capisco dal tremore di gambe e braccia. Nel diedro in cui si trova è già notte. Mi guardo indietro. Da un colletto che abbiamo appena scavalcato si indovina un canale che scende a valle. E’ la nostra uscita di sicurezza. Forse l’ultima, prima che cali la notte. Urlo a Chantal di scendere da noi. Si rifiuta.

Come? Cocciuta e testarda donna!! Cosa vuole dimostrare, nel proseguire a tutti i costi una scalata  che può solo condurre ad un bivacco improvvisato, ai primi di novembre? Parole, imprecazioni, insulti. Preghiere e minacce. Cerco un alleato in Didier, ma il suo spirito ci ha lasciati ed ora veleggia nel  mare del rancore. Ha scoperto la tresca nascosta, ed allora? Avremo poi tempo per azzuffarci, riguardo queste idiozie. Ora, sarebbe bene che anche lui mi desse una mano per toglierci dai pasticci.

Blocco le corde. Chantal deve scendere, non ha alternative. Fa una calata sull’ultimo chiodo e torna indietro.

“Cretino, verme!! Ancora un attimo e sarei uscita. Sei un bastardo, ecco cosa sei. Ed un fallito!”

La sua furia trabocca in parole che non ascolto, mentre preparo le doppie. Una, due, tre calate. Faccio tutto da solo, nessuno mi aiuta. All’ultima calata le corde si incastrano, risalgo e ridiscendo a tentoni per rocce marce e pericolanti. Ci manca solo che caschi adesso, come un idiota, per disincagliare una fottuta corda. Sono distrutto ed estenuato dal silenzio delle ombre che avanzano. Il buio ci divora  come un’orca nera.

 

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immagine di Samivel

Dell'orgoglio, della rabbia e di altri demoni* parte 1 di 4

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*titolo preso in prestito da Oriana Fallaci e Gabriel  Garcia Marquez

“Nonno! Nonno! La mamma ha trovato questa foto in soffitta e mi ha detto di portartela! Ci sei tu che fai la scalata in montagna, e gli altri chi sono? Dove siete qua? Dai nonno raccontami la storia della montagna!!”

Eccola qua Beatrice, la mia nipotina. Prendo in mano la foto, gialla di muffa e di polvere.

Riconosco il luogo. La Cresta del Ferro. E le persone.  Io e Didier. E Chantal.

“Vedi, siamo io e due miei amici, tanti anni fa”.

“ E siete arrivati in punta?”

“Certo… è stata una grande scalata. Siediti lì che adesso ti racconto…”

Come faccio a spiegare ad una bambina di sette anni ciò che avvenne quel giorno, sulla Cresta del Ferro?

“E’ stata una bella arrampicata. Qui siamo praticamente in cima”.

Non è vero. Ricordo perfettamente quel masso a testa di cane, che dalla foto ci domina. Si trova nel primo terzo della salita, all’inizio delle maggiori difficoltà. Quel giorno non ci siamo per nulla divertiti. Troppi demoni vagavano nell’aria.

 

E’ già novembre, il novembre di una annata alpinisticamente strepitosa. L’estate è stata povera di pioggia, quindi Chantal ed io abbiamo dato sfogo alla nostra fame di roccia e ghiaccio. Questa scalata è una sfida infernale, lanciata a noi stessi: scalare la Cresta del Ferro in autunno, con le giornate che si accorciano ed il freddo che comincia a bloccare la montagna.

 

Guardati dai demoni dell’ambizione, Beatrice!

 

Chantal ed io siamo amanti. E’ un legame segreto, tenuto nascosto a tutti, e soprattutto a Didier. Povero Didier, che ti sforzi di apparire grande, gentile e generoso con Chantal. Non sai che noi, a tua insaputa, ti osserviamo con un misto di tenerezza e fastidio. Forse qualcosa intuisci, ma la tua cocciutaggine ti fa agire contro l’evidenza dei nostri sguardi. Brutta bestia, la cecità dell’amore.

 

Un altro demone da cui guardarsi, Beatrice.

 

Due giorni prima, nella sede sociale, presi dall’entusiasmo, abbiamo lanciato la boutade della Cresta del Ferro. Una sparata assurda, davvero… Difatti ci eravamo subito convinti  a rinunciare, per dedicarci a più sollazzevoli passatempi. Ma Didier ci ha sentiti e si è praticamente aggregato alla cordata. Ed il nostro orgoglio non può farci recedere dal progetto iniziale.

 

Nella foto sembriamo decisi e fiduciosi.

 

Balle.

E’ terribilmente tardi. La via è ancora lunga, e la discesa molto complicata. Il sole nel suo percorso si nasconderà presto dietro le cime della valle. E’ terribilmente tardi, dovremmo scendere adesso. Mi volto verso Chantal. Ha uno sguardo strano. Lo stesso sguardo che nelle ultime settimane non l’ha mai abbandonata. Provo a parlare, ma lei non mi ascolta ed inizia il tiro. Ancora… avanti.

 

Un altro demone, la frenesia, il voler conseguire un obiettivo ad ogni costo. Accettare incondizionatamente i rischi che questa decisione comporta. Quanto devi essere esperto per capire quando è ora di mollare tutto e tornare indietro? Quanti sbagli devi fare?

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