Saraceni nelle Alpi

saladinodi Massimo Centini e Claudia Bocca
Quaderni di cltura alpina – Priuli e Verlucca

A cavallo del 900 i Saraceni si sono insediati nella Provenza meridionale e di lì hanno condotto scorrerie e incursioni attraverso i valichi delle Alpi occidentali, fino alle pianure piemontesi e il Gran San Bernardo. Su tali avvenimenti sono fiorite leggende e racconti a volte del tutto infondati. Gli autori ci accompagnano attraverso l’analisi delle fonti in una ricostruzione di tali eventi, con il piglio critico ed analitico che li contraddistingue. Oltre ai fatti storici è molto interessante l’esame della memoria che tali eventi hanno lasciato: dalla Baio di Sampeyre alle danze degli Spadonari, fino ai ruderi di fortezze, mulini e gallerie attribuite – a torto o a ragione – a quella lontana invasione.

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Auguri

Auguri per un 2010
ricco di salite appaganti,
navigazioni avventurose,
serenità e consapevolezza.

Gp aka Ventefioca

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Conosco delle barche – Jacques Brel

 

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.



Passi al Servin

blog_DSCN8512


Il cielo livido e l’aria fresca non ci scoraggiano affatto, anche perché sappiamo che la passeggiata sarà relativamente breve: il giro ad anello del Pian Servin, a Balme, Val d’Ala.

 

 

Più che la passeggiata, è l’occasione in sé che riteniamo speciale: il festeggiamento del primo anno di vita di un blog. Un lembo dell’emisfero virtuale che ha legato noi esseri in carne ed ossa a questa terra, oggi coperta da due spanne di neve.

Un caffè di buon augurio ci accompagna ai Cornetti: Cristina, Cristiana, Marzia, Beppe, Paolo ed io. Non si può dire che non c’è un cane, perché Gaia ci precede scodinzolando. 

Non ricordo nulla di questa valle, so soltanto che ci ero passato anni fa, diretto alle pendici della Torre d’Ovarda. Forse allora c’era la nebbia, oppure vedevamo solo la traccia di fronte a noi. 

Gli occhi sono cambiati, senza dubbio. Oggi c’è tempo per aggirare dall’alto i Fré, antica borgata di minatori lombardi venuti qui per succhiare dalle pendici di Servin e Punta Corna ossidi metallici da forgiare nelle fucine della valle.  

Ad arrivarci dal sentiero a monte i Frè sembrano isolati nel bosco, lontani dal mondo e tuttavia intatti e perfetti. Poi si scopre la strada asfaltata che raggiunge le case, ed allora è chiara la presenza delle paraboliche luccicanti e dei muretti impeccabili.  

Non è più così, se ci si allontana di poco. Le abitazioni costruite al riparo di immensi roccioni, le barmes, modesti ricoveri che hanno dato nome al paese, sono vuote e rovinate. Attorno il bosco cresce imponente, appena rigato dallo schianto delle valanghe dell’ultimo inverno.

L’alpe Salé sta in mezzo al vallone, ad offrire un attimo di riposo al viandante che sale ai laghi verdi. Noi approfittiamo del riparo di una scalinata per sgranocchiare un po’ di cibo. Non è un vero pranzo, perché più tardi ci aspettano le mense imbandite del Camusot, giù a Balme. Per adesso bastano una tazza di tè caldo, un giro di biscotti, un panino. 

Il freddo ci spinge ben presto a ripartire, per completare l’anello. I Frè riappaiono dall’altro lato del vallone. Superiamo un ghiacciaia, antico testimone della fantasia e necessità di un tempo, e ben presto siamo a Balme. 

Non è ancora il momento di sedersi a tavola: il sorriso di Gianni ci spalanca le porte dell’Ecomuseo. Raccolta di oggetti, immagini, stampe, abiti che suggestionano e suggeriscono antichi e diversi modi di vita.

E’ un tentativo per fermare il viandante e farlo riflettere su vite condotte decenni e secoli addietro, nelle stesse valli che si attraversano frettolosamente diretti a mete a cui si dedicherà uno sguardo vorace e distratto. 

Le stanze che ospitano gli oggetti ed i ricordi si snocciolano una appresso l’altra. Non esiste alcuna velleitaria pretesa di tornar indietro verso un passato di miseria, emigrazione, fatica, così come nessuno più salirà in Val Servin ad abitare i barmes sotto la roccia. Si avverte tuttavia il desiderio di ricordare e capire ciò che si era per non lasciare tutto indietro nella corsa di un futuro sempre più inquietante. E’ immediato il richiamo al passato, che, se vissuto al di fuori dello sterile appagamento da imbalsamatore, può ancora insegnare molto a noi esseri ipertecnologici e moderni.

La stretta di mano di Gianni al termine della visita è il corroborante aperitivo per l’agognata merenda sinoira imbandita all’Hotel Camusot. Salutiamo chi parte e chi si aggiunge e ci dedichiamo a saziare la fame, seduti “comme il faut” su comode seggiole, davanti ad una candida tovaglia e molteplici servizi di bicchieri. 

Anche qui ci rincorrono gli echi del passato, sotto forma di oggetti che tra ‘800 e ‘900 allietavano la villeggiatura degli illustri ospiti dell’albergo.
Poltrone e divani in cuoio, grammofoni dalle trombe lucide di ottone, specchi, lampadari rutilanti di cristallo: che differenza rispetto agli oggetti dell’ecomuseo, così semplici, essenziali e funzionali.  

Tra un bicchiere di vino ed un piatto di formaggi riecheggiano i discorsi della mattina. Durerà a lungo questa abbuffata tecnologica fatta di spostamenti e velocità, governata da flussi inimmaginabili di dati e di informazioni?  

Non si stancherà la terra di darci ancora e sempre le risorse per alimentare la nostra fame di emozioni, avventure, conoscenza?

Nel vedere oggetti e luoghi dimenticati ci chiediamo se le generazioni future non saranno costrette, loro malgrado, a reimparare gesti pratici e dimenticati, come fare la legna, arare un campo, seccare le castagne.

I discorsi ed i pensieri si accavallano. Sono chiacchiere di privilegiati pessimisti oziosi con la pancia piena, o saggi richiami a valori come la sobrietà ed il senso del limite, valori che sembrano naufragati nei mari del pensiero unico?

Certo è che nessuno vuole ritornare al passato, quello in cui la miseria era padrona e svuotava i villaggi e le montagne del “mondo dei vinti”; tuttavia la velocità sempre maggiore degli stili e dei modi di vita implica che stiamo perdendo il contatto con un qualcosa che ci appartiene e che ci rende comunque esseri “naturali”. E questa perdita, forse, è la miseria più grande dell’oggi.

 

Racconto di Santiago

IMG_4805"La via lattea" di Piergiorgio Odifreddi e Sergio Valzania

Un ateo agguerrito (Odifreddi) e un cattolico dubbioso (Valzania) percorrono il cammino di Santiago, da Roncisvalle fino a Santiago di Compostella. Chiacchiere, schermaglie, battibecchi e contrappunti tra due personaggi che vogliono capire, spiegare e spiegarsi agli ascoltatori di un programma radiofonico. Ognuno ha il suo carico di manie, idee e riflessioni, che possono piacere, stupire, contrariare e irritare. Ed ognuno cerca di spiegare "all’altro" le proprie idee e convinzioni.
Ne risulta un libro frizzante, in cui alla relazione del cammino si affiancano simpatici battibecchi e contrappunti. Tutti e due resteranno fermi nelle loro convinzioni, ma il lettore attento non potrà fare a meno di sondare la saldezza delle proprie certezze e vedere quanta parte di dogmi e domande irrisolte fondano le sue "profonde" convinzioni.
Qualche altro parere qui e qui.

Il compleanno dei camosci

compleanno_tortaMi sarebbe piaciuto postare foto, descrizioni, osservazioni sulla giornata di domenica scorsa, durante la quale si è festeggiato il primo anno del blog dei Camosci Bianchi. Purtroppo il tempo e le cure sono tiranni e non ci sono riuscito. Poi ho scoperto che l’amico Beppe aveva già fatto tutto il lavoro, e molto di più: allora vi rimando alla madre di tutti i post sull’argomento!

San Besso 2009

DSCN8490Anche quest’anno sono riuscito a salire a San Besso in occasione della festa invernale, il primo dicembre. E’ un appuntamento per me ormai consueto, un unico rito nel quale faccio confluire tutte le celebrazioni, ricorrenze, festività e anniversari che mi tirano da tutte le parti.
Ieri a Campiglia c’erano trenta-quaranta centimetri di neve, ma la pista fino al santuario è stata egregiamente battuta dai volontari del Soccorso Alpino. Neve, quindi, ed anche vento, tanto, tantissimo sui due "truc" dai quali si vede il santuario sotto ai piedi. E tanta, tanta gente che si è ricavata un giorno speciale per essere lassù, in una conca brulla e battuta dal vento.
Per me è una data di cambio stagione, dopo San Besso si può pensare a infilare gli sci sotto i piedi.
Ieri, poi, salendo tra la neve ed il vento, ho cercato di lasciare indietro les petites choses du bas, lasciando che parlassero solo la natura ed il respiro. Ci sono riuscito? La risposta non importa, mi ha fatto piacere, ieri sera, ritrovare
questo link a cui mi ha inviato beppeley. Ci credete alle coincidenze?