I monti naviganti di Rumiz

"La leggenda dei monti naviganti" di Paolo Rumiz. ed. Feltrinelli

E’ fatta, sulle ali del viaggio di Paolo Rumiz sono partito da Trieste ed ho percorso Alpi ed Appennini, fino all’estremo sud della penisola, a Capo Sud, appunto. La prima parte del viaggio è stata semplice: zig zag tra Italia, Slovenia, Austria, Germania, Svizzera e Francia. Si sono fatte scoperte interessanti, confrontato valli e e persone. Ci siamo persi dietro alle tracce di Otzi, Walter Bonatti e Sergio Berardo, giusto per citare alcuni degli incontri del nostro viaggiatore. E poi siamo ripartiti per gli Appennini, a bordo di una mitica Topolino. E’ stata questa la parte più sorprendente del viaggio, un calarsi nell’anima ignota e nei mille aspetti dell’Appennino, vero "Monte d’Italia". Rifugio di briganti, santi, invasori e colonizzatori di mille bandiere ed origini. Una catena montuosa dai molteplici aspetti, dalla Toscana melensa alla Calabria impenetrabile.
Un viaggio attraverso strade secondarie, nella polvere e nel fango, lungo la spina dorsale dell’Italia che resiste e si oppone alla mercificazione ed allo svilimento di culture e territori.
Un invito a scegliere accuratamente mete e mezzi di trasporto: la lentezza diventa una virtù, e la vicinanza non sempre significa conoscenza.

Con piacere ripropongo l’indice del libro.
E vi auguro un buon viaggio.

fiat topolino04

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7 commenti su “I monti naviganti di Rumiz

  1. anonimo ha detto:

    molto interessante… mi sa che me lo devi proprio prestare 🙂
    Carla

  2. gpcastellano ha detto:

    Eh, mi sa che ti devi iscrivere alla biblioteca di Settimo!!!

  3. JohnDeere ha detto:

    Ecco… devo leggerlo ancora, è lì sullo scaffale… ma Sergio Berardo (escluso qualche eccesso anche calcistico…) è uno che ha capito molte cose: non difendere delle tradizioni ma innovare una cultura.

  4. gpcastellano ha detto:

    La differenza tra difendere la tradizione e innovare la cultura è sottile e non sempre capita o afferrata ( ed io sono il primo a rimanere perplesso davanti a certe rievocazioni o rappresentazioni a dir poco artificiali). se un popolo/comunità/paese ha preso a calci la propria identità (magari perché altri gli hanno detto che era spazzatura, ok) mi pare quasi impossibile che possa riacquistarla a forza di celebrazioni, tavole rotonde e feste paesane. In certi casi, forse, è meglio ripartire decisamente da zero, o no?
    Tanto più che certi saperi sono ormai perduti.
    Il libro di Salsa sulle identità nazionali sarà sicuramente più esaustivo di me, ma io l’ho iniziato tre volte e mai finito.

  5. JohnDeere ha detto:

    Beh, guarda che spinta ha dato Berardo alla “questione occitana” con i Lou Dalfin… se non è innovare una cultura quello!

  6. gpcastellano ha detto:

    Giusto… servirebbe un Berardo per ogni valle, o quasi.

  7. Beppeley ha detto:

    Prova a finirlo il libro di Salsa… e poi rileggilo e rileggilo ancora…Magari dopo che hai fatto qualche bella escursione. Nelle Valli di Lanzo per esempio… se vuoi qualche suggerimento su dove andare per sentirti poi come quel personaggio del film “Matrix” a cui hanno scollegato il cavo dal cervello…

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