Curiosità, serendipità ed altre sciocchezze

Sulla rete cercavo altro e mi sono imbattuto in queste frasi, che rispecchiano bene quanto può essere doloroso e stimolante essere curiosi. Serendipità allo stato puro.
Trovare qualcosa di inatteso e sorprendente, e perdersi lì dietro.

 L’articolo di origine, e un elenco di letture simili

La curiosità, il desiderio inesauribile di conoscere, è affascinante, divertente, stimolante. Ma non è un’esperienza “comoda”. Può essere sconcertante, può metterci a disagio. Perché scopriamo che avevamo idee e percezioni sbagliate. Perché ci rendiamo conto dei nostri errori e delle loro conseguenze. Perché, se è vero che dal conoscere può nascere la speranza, è inevitabile anche la constatazione di quante cose siano brutte, difficili, sgradevoli – o peggio. Insomma è facile cadere nella “paura di sapere” e rifugiarsi nell’illusione di qualche “falsa certezza”.

…….. omissis………..

Continuare a imparare può essere scomodo. Può fare un po’ paura, anche perché ciò che impariamo non sempre ci piace. Ma è necessario, se non vogliamo cadere nell’unica alternativa possibile: rincretinire.

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12 commenti su “Curiosità, serendipità ed altre sciocchezze

  1. serpillo ha detto:

    Hai colto nel segno…dei miei pensieri “Continuare ad imparare puo’ essere scomodo”.

    E’ da un po’ che mi frulla in testa questa frase.

    Ma la soluzione e’ rimanere ignoranti?

    Bel dilemma.

    Serpillo

  2. gpcastellano ha detto:

    Attenta perché l’autore (gandalf) lascia un’unica alternativa: il rincretinimento. Ma non è il tuo caso!
    Une bise
    gp

  3. Beppeley ha detto:

    Bel post. Davvero bello. Sulla voglia di conoscere e di imparare ce ne sarebbero di cose da dire… Scusa se torno nel mio piccolo, in quei luoghi che amo e che sto cercando di difendere ma anche lì, in montagna, di conoscere ce n’è davvero molto bisogno. Di comprendere che ci sono tante cose che sono state lasciate a se stesse, dimenticate dal nostro sguardo, come quell’immenso patrimonio di conoscenze culturali legate alle attività dei montanari che oggi, alla luce degli sconvolgimenti ambientali, sono più che mai attuali. E’ verò, “svelare” conoscenze può far paura ma, come ho letto, l’unica alternativa è la stupidità. Ecco che il tuo post mi fornisce un’altro validissmo motivo per cui vale la pena difendere le montagne: perché esse sono un fondamontale serbatoio di consocenze che per secoli hanno permesso alle civiltà alpine di sopravvivere a mille difficoltà.
    Un bel detto tibetano dice che quando ti trovi ad un bivio, scegli il sentiero più erto. Come sostiene Umberto Galimberti: “Fiducia nelle proprie capacità e fedeltà alla condizione umana che, a differenza di quella animale, in null’altro consiste se non in quel compito infinito di porre domande, di problematizzare l’esistente, di non assopirsi in quei sogni beati di chi ritiene che la vita debba essere “senza pensieri”, quando invece l’uomo è un prodotto di lotte intime e sociali, la cui soluzione provvisoria va cercata in quel dialogo infinito con gli altri, capace di allargre la visione del mondo, la cui angustia è la vera responsabile dell’acuiris del dolore nell’insolubilità dei problemi.”

  4. gpcastellano ha detto:

    Hai colto in pieno il messaggio del post, e ti ringrazio per la citazione di Galimberti. E’ la curiosità che ci mantiene vivi, attenti e vitali. Un mondo privo di sorprese, zeppo solo di facili certezze e soluzioni confezionate (da altri) è la tomba dell’unica vera “abilità” umana. Che poi la riconosciuta adattabilità ci consenta di andare in giro a fare danni in tutti gli angoli del pianeta…

  5. JohnDeere ha detto:

    “…difendere le montagne: perché esse sono un fondamentale serbatoio di consocenze che per secoli hanno permesso alle civiltà alpine di sopravvivere a mille difficoltà…” Posso avanzare dei dubbi sul “difendere” e sul presupposto ormai radicato che “un tempo” era meglio?! Non sempre ne sono sicuro, a volte mi sembra mistificazione (scusami Beppeley, è per il piacere della dialettica e perchè la ricerca mia di montanaro trapiantato dalla bassa prosegue con continui interrogativi…)

  6. anonimo ha detto:

    Non entro nel merito del post, ma intervengo solo per dire che, a mio parere, “serendipità” è una delle parole più oscene che la mente umana ha partorito, immediatamente seguita da “beggiare” (bagde-are) e da “schedulare”.

    Sì, anche “marginare” fa schifo ma “serendipità” batte tutti. 🙂

    Andrea Borla

  7. Beppeley ha detto:

    Ciao JohnDeere.
    Come ho scritto nel post “Conoscere per tutelare” (http://camoscibianchi.splinder.com/post/19674542/Conoscere+per+tutelare) ritengo che le conoscenze, dal punto di vista dei montanari, che la montagna ci lascia, con i suoi segni sul territorio, sono un monito formidabile ai comportamenti della nostra civiltà incapace di instaurare un sano “dialogo” con la natura. Il passato non c’entra niente. E poi le categorie passato e futuro le abbiamo create noi umani e i conseguenti discorsi soventi sono fuorvianti. Quello che tu vuoi dire non è “passato” ma povertà in relazione alla “ricchezza” (meglio opulenza) di “adesso”. E allora ti dico che la nostra opulenza (come quella di tutti i paesi occidentali) ogni tanto mi fa paura perché cela in essa interrogativi inquietanti. Ho ascoltato i montanari delle Valli di Lanzo: nessuno mi ha mai negato che, sebbene fossero molto poveri e vivessero in certi periodi di gravi stenti, durante le feste riuscivano ad essere davvero felici. Come scrive Annibale Salsa: “Nell’epoca moderna, l’egemonia della tecnica ha omologato culturalmente i montanari ai cittadini, ha generato scale di valori per molti aspetti capovolte. E’ un “mondo alla rovescia” che non abita più il tempo limitato del periodo trasgressivo del carnevale, ma fa del carnevale la norma consuetudinaria della vita sociale postmoderna. Ricostruire con rigore filologico, storico e geografico la vita degli abitanti delle Alpi significa restituire allo spazio alpino il ruolo di “luogo antropologico”, tante volte usurpato da percezioni miopi delocalizzte. Significa, inoltre, svolgere un’educativa funzione di “etnografia d’urgenza” che il tempo della velocità non riesce più ad intercettare e comprendere, con il grave rischio di lavorare ciecamente per un futuro senza avvenire” come ha provocatoriamente affermato il pensatore francese Pual Virilio.

  8. JohnDeere ha detto:

    Su questo posso essere d’accordo. Io mi riferivo ad un’altra cosa, ovvero la mistificazione che i tempi passati fossero migliori, non in termini di ricchezza o velocità del ritmo di vita, quanto sulla “saggezza dei vecchi”. Quante volte senti dire “un tempo si faceva così…”, “una volta curavano la montagna…” e simili. Io su questo ho fortissimi dubbi!!
    Es: le foreste. Oggi il problema è il loro abbandono. Un tempo forse le “curavano” in maniera corretta? Assolutamente NO! Portavano via tutto!
    Oppure oggi si incolpa la speculazione edilizia quando succedono eventi naturali tragici. E un tempo? Era uguale, perchè per forza di cose i paesi li costruivano sui conoidi!
    Allora il discorso è: non è vero che un tempo era meglio, che i vecchi erano saggi e sapevano prendere il giusto. La differenza è che oggi tutto è in abbandono perchè non serve; ieri serviva.

  9. gpcastellano ha detto:

    @john deer: concordo pienamente sull’ultima frase: ieri serviva, oggi no. ed allora sprechiamo, devastiamo, facciamo passare strade e centri commerciali attraverso i campi ed i prati, tanto non servono più. Giusto ieri stavo dalle parti di Mottalciata (BI): stanno facendo una circonvallazione mastodontica per evitare quattro case. Ma il bello è che per almeno un chilometro due strada corrono parallele in aperta campagna: che scempio. Tanto, a che servivano quei pochi ettari di campo?

  10. serpillo ha detto:

    Si’ sono d’accordo anche io “ieri serviva, oggi no”.
    Chissa’ quale orientamento avra’ la prossima “moda”… sempre se ci saremo ancora… alla fine a furia di distruggere…non si e’ ancora trovata una terra come la nostra. E poi chi l’ha detto che l’uomo e’ dotato di intelligenza?

    Serpillo

  11. JohnDeere ha detto:

    Premetto che l’ultima volta mi stavo ammazzando su quella nuova maledetta rotonda di Mottalciata! Ero abituato ad un bel lungo e comodo rettilineo, e dalla nebbia sbuca sta cosa…
    Rilancio sull’argomento: meglio l’incolto o la rotonda (o il centro commerciale)? Esiste un’alternativa? O siamo in grado di proporla o purtroppo ci tocca rimanere a guardare…

  12. Beppeley ha detto:

    Sebbene, come dice Kant, la ragione è “un’isola piccolissima nell’oceano dell’irrazionale” ritengo che possiamo permetterci ogni tanto di domandarci, cos’è bello, cos’è santo, cos’è giusto… Ce lo possiamo permettere, credo, se pensiamo che abbiamo un cervello che forse può fornirci riposte alternative rispetto a “Perché è utile”, “Perché serve”. E poi il passo che divide l’utile al profittevole è davvero molto breve. Ma allora torniamo a quantificare tutta la nostra esistenza, dove il denaro è l’unica misura valida della nostra vita. Non credo ci sia avvenire in un mondo simile.

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