L'orso amico

Il migliore amico dell’orso
di Aarto Paasilinna

Un altro spassoso romanzo di Paasilinna. Sulla falsariga di vicende surreali, un pastore protestante in crisi intraprende un viaggio in compagnia di un orso, regalo "peloso" della comunità in cui vive. Si lascerà alle spalle moglie, comunità, incarichi e doveri per solcare terre e mari assieme ad un orso a cui insegnerà devozioni e buona educazione.
Divertentissimo ed intrigante, come una punta di coltello si insinua nelle certezze e consuetudini granitiche ed inamovibili di chi si adagia in una vita piatta ed insulsa.   

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Natale itineribus expeditis

Itineribus expeditis, che significa "viaggiare non impediti". Appesantiti da bagagli, vincoli, remore e pensieri negativi.
E’ così che si spostavano le legioni romane (dalla Toscana all’Andalusia in ventotto giorni, Cesare insegna).
E’ così che propongo di trascorrere le prossime feste ed affrontare l’anno nuovo: lasciare dietro quello che non serve, che è di troppo e ci incaglia a consuetudini,  modi di pensare e di agire obsoleti e non più sostenibili.
Mi riferisco ai vortici immensi di regali, donazioni, paccottiglia che ingombra le case e le menti. Lasciare da parte le cose per puntare alle persone; vedere, vagliare, distinguere ciò che è necessario ed eliminare quello che non serve per un lungo viaggio.

Carissimi saluti ai quattro lettori che ogni tanto capitano qua sopra. Buon Natale e Auguri per un felice Anno Nuovo

Buon Natale

 

 
  

Prosegue Natale

Ieri ancora un anticipo di Natale. Arriva il pacco dalla Priuli e Verlucca, con dentro tre fantastici Quaderni di Cultura Alpina.
"Il culto delle madonne nere" e "Attorno al fuoco", di Piercarlo Iorio; "Saraceni nelle Alpi" di Claudia Bocca e Massimo Centini.
Per sconfinare tra storia e leggenda.


Ai confini tra mito e storia vi riporto un brevissimo brano tratto dalla serie di articoli che Paolo Rumiz ha pubblicato su "Repubblica", in un reportage dedicato al percorso di Annibale in Italia. I due che parlano sono Rumiz ed un professore dell’Università di Bologna. Ma potrebbero essere due viandanti in una sera d’estate. Il messaggio è evidente: cerchiamo di non perdere la traccia del mito, del nostro personale Demone che ci guida e governa.

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"Secondo te siamo pazzi?" chiedo al compagno.

Hannibal risponde dal buio: "Tutto questo è magnifico". Poi aggiunge: "Se si insegue un mito è normale smarrirsi".

Nell’aria c’è un forte odore di assenzio.

"Ma oggi – dico – il mito non c’è più. Nessuno lo cerca".
"La morte del mito è la cosa più oscena dell’oggi. E’ la fine dell’incantamento, dell’immaginazione, del desiderio".

Verso Capua, davanti alla Luna, nubi in corsa come un incendio azzurro.

"Senza quella cosa l’uomo si perde, diventa un grande invalido. E perciò andiamo, siamo sulla strada giusta".

Dolomia in polvere 8/X

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La Civetta di Calvino

 

Allucinazione a scoppio ritardato.

Potrei chiamarlo così, questo ricciolo del pensare che porta a sovrapporre ricordi, letture e sensazioni del tutto diverse tra di loro, a distanza di anni.

 

Tempo passato. Diciassette anni indietro.

Transitiamo sotto alla parete Nord del Civetta, sul sentiero tra i rifugi Coldai e Tissi. Restiamo a debita distanza dagli strapiombi, per godere in pieno della vista sulle fughe verticali della montagna. Al Tissi ci concediamo una sosta stupefatta. E scivoliamo incantati verso le coltri del Vazzoler, con gli occhi che accolgono la solitudine della Parete delle Pareti.

 

Tempo presente. Le Lezioni americane di Calvino occhieggiano dal comodino del letto. Ad esse si intercalano pagine di riviste varie.  Le immagini del Civetta su carta patinata si mescolano alla essenzialità dei caratteri del libro. 

Flash visivo, al quale si accompagna una proposta indecente: si potranno mai collegare le proposte di Calvino per il nuovo secolo con le qualità e gli aspetti di una montagna? La scrittura è il regno del possibile, ed allora si può tentare.

 

Iniziamo in ordine sparso.

Prima qualità: la visibilità.

E facile, direte voi. Non si può negare che la Nord del Civetta non sia visibile. Basta essere nel posto giusto, no? Non proprio. Perché la visibilità dipende dallocchio che guarda. Ciò che è sempre esistito non è detto che sia mai stato visto. Occorre vedere la tigre, prima di montarci sopra. I primi      

Salitori avevano mani per salire, cuori per osare. Ed occhi per vedere. La visione delle possibilità di salita è contemporanea alla visione delloggetto. E loggetto, per quanto enorme, non sempre è visto come scrigno di possibili percorsi. Pertanto: da quanto tempo esisteva il Civetta, prima che lo si nominasse e considerasse degno di salita?

 

Seconda qualità: lesattezza.

E materia da classificatori medievali. Ciò che per me è una unica parte, sulla quale posso individuare strutture grossolane ed approssimative, per lalpinista attento ed il compilatore di guide diventa un pentagramma verticale di prime ascensioni, tentativi, ritirate, drammi e tragedie. Chi conosce si muove sulle quinte di roccia con dita esperte da pianista, e ricava suoni ed emozioni che sfuggono al semplice escursionista. E larte divine sublime solo quando la tecnica è eseguita esattamente, per lappunto.

 

Terza qualità: la molteplicità.

La parete è la stessa, forse, ma nessuno può dirlo. Ognun riceve differenti sensazioni dal suo vederla e sentirla, ed essa appunto dispensa molteplici immagini di sé. E se, come avviene, le nuvole la coprono, allora la moltiplicazione dei possibili aspetti cresca ancora di più. Nessuno la scorge, ma tutti attingono al ricordo dellimmagine per costruire altre dieci cento mille pareti.    

 

Quarta qualità: la leggerezza.

Milioni di metri cubi di roccia sono tuttaltro che leggeri, replica lamico geometra e geometrico. Certo, ma la spinta verso lalto dei canali e delle placche suggerisce che proprio quelle rocce così grevi mirano a partecipare ad unidea di leggerezza che sfugge alla schiavitù della forza peso. Lanelito verso lalto compensa le scariche di sassi ed il crollo di intere quinte rocciose. Daltronde, ciò che interessa è lanalisi del tutto, e non la storia personale del sasso che cade. Pertanto, lo slancio verso lalto della Civetta nel suo complesso partecipa della leggerezza della piuma, cristallizzata accidentalmente in dolomia.

 

Quinta qualità: la rapidità.

Allultimo giro di pista mi ritrovo in affanno. Non è rapida lascesa di strapiombi e placche. Anche il solo costeggiare labisso verticale richiede tempo e sudore. Eppure lazione e la concentrazione dello scalare risucchiano il tempo in una dimensione aliena la comune correre degli orologi. In breve si arriva al rifugio, in breve ci ritrova congiunti al primo di cordata (anche se si è trovato lungo). In breve calò la notte. Non è propriamente la parete ad essere rapida, ma il tempo ad essa collegato. Il tempo stesso si contorce e si piega, come la traccia attorno ai contrafforti o la cordata su per le vie. Non distinguiamo più il lento dal rapido, ed il disordine temporale ci sgomenta.  Labbondare stesso della massa è sufficiente a piegare il tempo, come afferma Eisntein. Sicuramente, per i nostri parametri, accelera lo scorrere del giorno. Allinizio del giorno le ore disponibili non sono mai troppe, e quando si arrampica si accorciano ancora: è la parete lagente accelerante che dà il brio alle lancette dellorologio.

 

Sesta qualità: la coerenza.

E il setaccio più fine, quello che arresta le  sciocchezze del pensiero e gli incagli dello scrivere. E coerente a chi o cosa un muro di pietra? Possiamo dubitare della sua esistenza, definirlo come pura apparenza in un mondo di sogni. Oppure, possiamo dedicarci a scoprirlo in ogni suo anfratto, renderlo oggetto di desiderio, luogo di lavoro, momento di elevazione. La sua innata coerenza ci richiama allordine di decidere ciò che vogliamo di noi stessi. Pertanto, muraglia non come oggetto coerente in sé, ma strumento per verificare e testare la nostra coerenza nel tempo per  raggiungere, o rimanere, ciò che siamo o vogliamo essere.

 

Non cè molto da aggiungere a simili allucinazioni, Arrivano, girano alte e scompaiono come gru migranti, senza fermarsi di preciso in nessun luogo. Lunica cosa che possiamo fare è seguirle con lo sguardo, immaginare i percorsi futuri e sbirciare il calendario per stimare quanti giorni potranno mancare ad un nuovo improbabile incontro. Un giorno, forse, ricompariranno allorizzonte, come la Nord del Civetta.  

 

 

Andora, 30 luglio e 1 agosto 2008

La montagna incantata

Nebbie
Thomas Mann… come hai potuto scrivere un capolavoro del genere? oltre settecento pagine per descrivere la vita in un sanatorio per tubercolitici, al tramonto della Belle Epoque, sulle Alpi Svizzere? Una umanità sospesa, che vive i propri riti e le proprie manie in una condizione di incanto, dove gli echi di una guerra imminente si risvegliano solo nelle ultime 30 pagine.
Impressioni, discussioni, azioni che si sviluppano lente, ma in una lentezza che è soffice ed avvolgente al tempo stesso.

Dopo le prime 20 pagine stavo per rinunciare ad andare avanti. Altre cento pagine, e la curiosità aumentava. Dalla metà in poi ho accelerato, perchè DOVEVO capire cosa sarebbe successo, se Clavdia sarebbe ritornata e con chi, se Joachim sarebbe sceso al piano, e perché. E se Hans, il protagonista, sarebbe guarito, o avrebbe deciso di vivere lì, a Davos, in eterno.

Lettura non facile, ma intrigante. Da gustare con calma.

Anticipo di Natale

Venerdì ho avuto un piccolo anticipo di Natale: un pacco dalla Dino Audino editore, con tre libercoli sullo scrivere e sul come scrivere.

Non mi resta da fare altro che augurarmi una buona lettura!