Dolomia in polvere 7/X

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I piaceri del villeggiare alpino


“Non vedo l’ora di partire per il Catinaccio. Che rifugi ci sono là! Che mangiate, che bevute! Ordine e pulizia, a differenza di qui…”

Sarò maligno, ma l’amico in partenza per il trekking dolomitico pare più interessato a dove e come dormire, rispetto a ciò che vedrà tra un boccale di birra e l’altro.

Non è il caso di essere cattivi: per me è l’invidia (la mia, destinato a rimanere..) che parla. Però il caro amico non fa altro che ripetere ragionamenti e discorsi  che condividiamo da lungo tempo, nelle veglie insonni in dormitori asfissianti.

Come non ammettere che i rifugi delle Dolomiti sono più accoglienti e confortevoli rispetto allo standard medio delle “Occidentali”? Soprattutto dopo aver sperimentato le delizie del riposare stipati gli uni sugli altri, come libri in uno scaffale, in un rinomato rifugio francese. Per tacere del posto a dormire conquistato sotto ad un tavolo e difeso con unghie e denti, all’ombra del Monviso. E delle piramidi umane necessarie per raggiungere i posti letto in un certo rifugio della valle d’aosta…

Ho solo citato tre esempi di “buone notti” trascorse nei rifugi “nostrani”: spero che nessuno si offenda, altrimenti potrei allungare la lista per diluire il disagio.

 

“Vedi, cosa ti dicevo? In Dolomiti si sta meglio!”

Sì, caro amico, su questo hai ragione. Ma permettimi di suggerire una linea di difesa a favore dei rifugi dell’Ovest.

Converrai con me che, solitamente, in Dolomiti l’accesso ai rifugi più “battuti” non è mai troppo lungo, e neppure troppo complicato (a meno di varianti di percorso o traversate).

Converrai anche che, almeno nei gruppi maggiori, la frequenza dei rifugi e la rete di sentieri diversificano le richieste di itinerari e di prestazioni. Difficile vedere colonne di alpinisti diretti all’unico rifugio della zona, dal quale l’indomani infallibilmente dirigeranno verso un’unica meta (la più prestigiosa, la più facile, la più rinomata?).

Avvicinamenti sovrumani, che già intaccano la pazienza di caratteri agguerriti, si risolvono spesso in assurde pretese, una volta che cotali spiriti giungono in rifugio. Da qui nascono scontri, ripicche, schermaglie che spaziano dalla disuguaglianza di dosi di minestra alla sistemazione in luoghi isolati (o, al contrario, iper-affollati). 

La “Grace under pressure” britannica è dote rara, che evapora con l’aumentare della quota e il diminuire della latitudine.

Guardando ad Est, l’accesso più facile, la frequentazione non soltanto limitata ai duri e puri della  lotta con l’Alpe, ma estesa a semplici turisti  e villeggianti, diventa allora occasione e motivo per maggiore disponibilità a gusti variegati e molteplici.   

Se si aggiunge anche una maggiore propensione culturale alla accoglienza, allora la qualità dei servizi aumenta, assieme alla soddisfazione dei clienti.

“Ne fai allora una questione di educazione, o di razza? A noi daresti dei bruti e selvaggi, ed a loro dei civilizzati?” 

Non proprio. Dico solo che prima di esprimere giudizi, sarebbe doveroso confrontare situazioni dello stesso tipo. Sarebbe opportuno ragionare sulle diverse accessibilità a certi rifugi, sui periodi di effettivo lavoro redditizio, sulle disponibilità economiche di chi possiede e gestisce, sulle aspettative di chi frequenta i monti. Solo allora potremmo esprimere critiche e pareri. E, con il pensiero, andare ai bellissimi momenti trascorsi al Tuckett, al Lagazuoi, all’Alimonta ed a tanti altri “presidi” alpini al cospetto dei Monti Pallidi.

 

Andora, 29 luglio 2008

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