Viaggio in Yemen 1/2

Sono passati 10 anni, ma i ricordi sono ancora forti.. e basta una foto su di un blog per riaccenderli, più vivi che mai..

Dedicato a chi è stato in Yemen, a chi lo sogna, a chi ci andrà, a chi se ne frega di un paese di montagne rocciose, spazi infiniti e e sole immenso..



SHAHARA

 

Caldo. Stanchezza. Persino noia. Sono quasi le quattro del pomeriggio, ma il sole è ancora un martello che picchia e brucia su questo piazzale polveroso. La guida Alì sta trattando con tre ragazzi il prezzo del nostro trasporto a Shahara, la città in punta alla montagna che sorge a cento metri da qui, come un’onda di lava emergente da questa desolazione di colline basse, piste fangose e palme secche.

Guardo i miei compagni di gruppo, e su molti visi leggo una domanda: perché? Perché siamo qui, dopo ore di pista fangosa, dopo esserci impantanati più volte, dopo un tentativo di rapina a metà tra la tragedia e l’opera buffa? Perché vogliamo andare a Shahara? La stessa domanda me l’aveva fatta con gli occhi Tawfiq, l’autista del mio fuoristrada, due ore fa. Un tipo di poche parole, davvero: con me a volte parlava, mentre gli altri miei amici per lui non esistevano. Quando la montagna era sorta dalla caligine del pomeriggio, ancora lontana ed immersa nelle nuvole, mi aveva sfiorato il braccio e così aveva annunciato: – Shahara – – Dove?- – Lassù – ed aveva indicato una cresta frastagliata. Poi aveva stretto gli occhi, nei quali avevo letto la sua domanda: perché tutti voi turisti volete salire a Shahara?

Prima possibile risposta: per farci spennare da questi ragazzini esosi e sbruffoni che ci porteranno a Shahara su dei pick-up sgangherati, per una strada impossibile.

Seconda possibile risposta: perché in certi viaggi si devono soffrire la fame, la sete, le scomodità, per poterci intimamente compiacere, una volta ritornati a casa, della nostra doccia, delle lenzuola pulite, del cibo della mamma.

Terza possibile risposta: perché, se sei in Yemen, devi andare a Shahara…

Comunque sia, adesso saliamo sul cassone di questi due pick-up e ce ne partiamo. Con la coda dell’occhio vedo Tawfiq che si sistema per la notte: resterà qui in basso, perché salire a Shahara?

La strada è semplicemente allucinante, larga quanto la macchina, con pendenza inverosimile, piena di buche e fossi; da un lato la montagna, dall’altro un precipizio infinito. Scoppia un temporale, l’acqua inonda il cielo, la strada, il cassone, noi che ci aggrappiamo a tutto quanto ci capita sottomano. Non sempre si può scegliere di che morte morire, ma qui c’è concessa la scelta: essere sbalzati dal camion, essere colpiti da una pietra trascinata dalla pioggia giù per la montagna, aspettare che s’imballi il motore ed il pick-up, finito il suo slancio disperato, scivoli all’indietro nell’abisso. Ad una botta più forte un fagotto mal legato salta per aria, mi passa davanti e lo afferro al volo prima che si perda giù nel burrone. L’aiuto pilota vicino a me sorride: erano regali per i suoi fratelli più piccoli. Ad un tratto mi afferra per un braccio ed urla qualcosa, indicando la cresta sopra le nostre teste: è il ponte turco! Due-trecento metri sopra di noi la cresta di roccia si divide in due, e nello spacco un sottile filo sembra voler tenere assieme i due lembi di roccia. Il ponte turco di Shahara, da dove scenderemo domani. Dopo un attimo le nuvole lo nascondono e la pioggia infittisce nella sfuriata finale del temporale.

Nello stesso momento in cui il vento porta vie le nuvole e ripulisce il cielo la strada si allarga e la pendenza diminuisce: siamo arrivati a Shahara. Butto le gambe indolenzite a terra, scarico lo zaino, faccio due passi e mi guardo attorno. … Sbalordisco. Nell’aria limpida dei tremila metri si presenta una teoria infinita di creste rocciose illuminate dal sole radente. Nuvole nere di temporali sono impigliate tra le cime, ingolfate nelle valli, ancorate ai picchi. Mi volto. Di fronte, in pieno sole, palazzi di pietra di 5-6 piani, le finestre imbiancate,  e poi i terrazzamenti con le piante di qat che grondano acqua dalle foglie verdissime. Non può essere vero, eppure è proprio così. Mi giro e rigiro, mi riempio gli occhi di vuoto e pieno, aria e roccia, luce ed ombra. I piedi sono ancorati a terra, ma mi sento un falco che vola nel cielo, sopra alle creste ed alle nubi. Vertigini.

 

E’ passata un’ora dal mio arrivo, sono sulla mulattiera che porta al ponte turco. Sfilo di fianco a case vecchie di duecento e più anni (Kullo Qadim, tutto vecchio, diceva un ragazzino), macerie, una cisterna, donne vestite di scialli neri fruscianti. Un sentiero, una piccola discesa e poi si rivela il ponte. Ancora vertigini. E’ un filo di pietra che lega la montagna. Pietre su pietre, attirate verso il basso dal loro peso, eppure ferme ed immobili, cristallizzate in un arabesco, in una sfida sfrontata al tempo che disgrega le rocce e travolge gli uomini. Mi avvicino e scopro che un tempo i ponti erano tre, sovrapposti, ed ora ne resta uno solo. Allora anche tu, ponte, sei caduco, il tuo destino sarà crollare, attirato dall’abisso che ora domini superbo.

Ritorno suoi miei passi, arrivo nella parte più alta di Shahara nel momento in cui il sole tocca l’orizzonte. E’ allora che dalla moschea parte il canto del muezzin, e mille altri gli rispondono dalle creste e dalle valli vicine. "Allahu Akbar, La Illa Illah Allah" "Dio è il più grande, non c’è altro Dio all’infuori di Dio". Devo davvero fermarmi e sedermi un attimo. E’ vero, in questo paesaggio di roccia e vento, di edifici in rovine ed ancora abitati, tra questi sguardi tenebrosi di donne velate e sfuggenti, tra gli occhi fieri di questa gente di montagna, Dio è davvero il più grande. Ed è l’Unico, l’unica sicurezza a cui attaccarsi per non finire schiacciati e smarriti. Le voci dei muezzin volano, portate dal vento.

"… cerco la Sua protezione.. contro la malvagità della notte quando diventa buio ed il sole tramonta…". Come recita questa Surah, la notte mi cade addosso come un macigno, in un attimo è tutto buio, fuorché le stelle in cielo. E la brace di una sigaretta accanto a me. Trasalisco. Una risatina. Allora guardo meglio, e rido anch’io: è il ragazzo del pick-up, quello del pacco preso al volo. Solite domande iniziali, come ti chiami, da dove arrivi, dove vai, sei sposato…pi restiamo a lungo in silenzio, a guardare le stelle. E poi ecco la domanda fatidica: perché sei venuto a Shahara?. Bella domanda, ma adesso la risposta la conosco: "Per vedere tutto questo" ed indico la spianata sotto di me, le case, le montagne, le stelle. "Ma lo hai visto il ponte?" "Sì" "Il cannone, la moschea?" "Sì, ma il più bello è qui". Silenzio. Infine mi alzo, ed allora mi fissa attentamente e mi dà le sue sigarette "Tanti salgono qui, vedono il ponte, poi si chiudono in albergo e si lamentano del cibo e del freddo. Non tutti: qualcuno si lascia volare tra le montagne e le valli, ne respira l’aria ed è felice. Questo è un ospite. Ed un amico. Che la benedizione di Dio sia su di te". Se ne va.

Entro in albergo, chiudo la porta dietro di me, mi lascio Shahara alle spalle. Non so ancora perché, ma sento che è stata una giornata indimenticabile. Forse sono salito quassù per questo.

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13 commenti su “Viaggio in Yemen 1/2

  1. mpix ha detto:

    Quarta risposta (..la mia): perchè vuoi appagare lo sguardo con ciò che è così diverso da casa tua e perchè cerchi quello che non puoi o è così difficile avere.
    Non sono mai stata nello Yemen per la difficoltà del viaggio, in particolare per una donna, e per la spesa (..se ti porto a Sanà poi mi fai fare immersioni a Socotra…e così il viaggio arriva ad una cifra esorbitante…).
    Tutte le volte che vedo documentari sullo Yemen rimango affascinata dalle sue case uniche al mondo. Quando poi dici occhi fieri di gente di montagna, mi sembra di vedere anche quelli, unici al mondo.
    Grazie per questa descrizione.

  2. gpcastellano ha detto:

    … l’importante è non trascurare la bellezza che sta in una foglia secca, deposta dal vento sull’uscio di casa.
    Se si hanno occhi per vedere e cuore per sentire, ogni luogo è un luogo bello, e caro, e unico.. Poi, nella vita, avvengono tanti accidenti… incontri, scontri, viaggi… ed allora perché non cogliere l’occasione di viaggiare con poca spesa in compagnia di amici? Anni fa era diverso, anche- soprattutto – in Yemen: ci si spostava con pochi soldi, pochi vincoli ed ancor meno preoccupazioni (alcune disavventure le abbiamo avute anche noi, tutte a lieto fine).
    Vale
    Gp

  3. Flor ha detto:

    Ho letto col respiro sospeso dall’emozione… che dire? Un applauso! Per me è la stessa cosa di quello che dici tu nei miei commenti, sai?

  4. mpix ha detto:

    Purtroppo non tanti posti riescono a emozionarmi e se anche può sembrare brutto a dirsi, mi lasciano indifferente. A volte basta poco, a volte sono così esigente..Quelli che mi piacciono mi rimangono però sempre nel cuore e adesso penso alla veduta di Piazza del Popolo dalla terrazza del Pincio a Roma.

  5. roby4061 ha detto:

    che bel racconto. e ogni volta che leggo simili descrizioni mi viene una voglia incredibile di viaggiare per il mondo. a me piace viaggiare. ma so anche che mi piace tornare a casa. non so, forse il bello di un viaggio è anche il tornare a casa. rivedere le propri orizzonti, le proprie montagne, i paesaggi famigliari. dopo che si è fatto il pieno di colori, paesaggi, genti, paesi diversi, il bello del viaggio per me è anche il ritorno a casa con la mente piena di ricordi. o no?

  6. gpcastellano ha detto:

    xavier de maistre (illustrissimo torinese… concedetemi un po’ di campanilismo) ha scritto un libro bellissimo su di un viaggio all’interno della propria camera. Basta toccare le corde giuste, e l’arpa suona, ovunque ci si trovi…
    Con i vs. giudizi mi fate arrossire: grazie!!
    (ehi mpix, che mi dici dei fori romani all’alba, con nessuno in giro, immersi nella nebbiolina, e tu che sali verso il palatino? Da brividi!!)

  7. mpix ha detto:

    Un frescolino a Roma il tre di giugno. Apertura alle 8,30, per i fori imperiali, sotto l’arco di Traiano e su sul Palatino. Da sole io e mia mamma (..ma cosa faceva tutta la gente in quel momento, uno spettacolo così è unico!), due parole con i giardinieri e poi perse nei giardini e a guardare Roma. sisi, da brividi! Ma mi piace anche la domenica a Porta Portese..anche solo per sentirmi dire …a bella..

  8. anonimo ha detto:

    a bella! ‘ndo vai? madò l’accento romano!! roby4061

  9. gpcastellano ha detto:

    sento un’arpa che suona… visto che le corde giuste si trovano?
    roby statti buono
    notte.

  10. roby4061 ha detto:

    statti buono che? :o)

  11. mpix ha detto:

    è che ti riconoscono lontano un chilometro che non sei di Roma…ma come fanno? ..il problema è che mi ritrovo a comprare un sacco di roba..(ma forse è solo una scusa…)

  12. gpcastellano ha detto:

    Una scusa per comperare o farsi lodare? Anni fa ho assistito ad una contrattazione tra un venditore siriano ed un caro amico romano de roma, nel suq di damasco: 24 ore di negoziati, urla, insulti, pacche sulla spalla, inseguimenti tra le bancarelle.. non ho mai riso così tanto. ed alla fine, tutti rimasero felici e soddisfatti. Il vero esprit du commerce… altre corde. Fatti sedurre dal turbine dei mercati, dai!!Saluti ed in bocca al lupo.

  13. mpix ha detto:

    due caratteristiche (o difetti?) tipicamente femminili: vanitosa e mani bucate….peccato non sono capace a contrattare..

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