Lezioncine piccoline…


Non è che oggi mi senta bellicoso, ma ci sono giornate così  (la selezione deriva da un blog "amico" …)


Lezioni di Strategia cinese

Esistono strade che non debbono essere percorse, eserciti che non debbono essere attaccati, città che non debbono essere assediate, posizioni che non debbono essere contese, ordini del sovrano che non debbono essere eseguiti.
(Sun Tzi, L’arte della Guerra, VIII, 3)


XVI. Allentare la presa per stringerla (I 36 Stratagemmi, anonimo)

Quando circondi un’armata nemica, lasciale una via d’uscita: non pressare troppo duramente un avversario disperato.
(Sun Tzi, VII, 36)


Non muoverti se non vedi un vantaggio da conseguire; non impiegare le truppe se non c’è qualcosa da guadagnare; non combattere se non sei in posizione critica.
(Sun Tzi, XII, 17)


XXVII. Fingersi stolti ma non folli (36 Stratagemmi)

Quando si è in grado di attaccare, si deve sembrare incapaci di farlo; quando si muovono le truppe, si deve sembrare inattivi; quando si è vicini, bisogna far credere al nemico di essere lontani; quando si è lontani, fargli credere di essere vicini. Lanciare esche al nemico, simulare la confusione e quindi annientarlo.
(Sun Tzi, I, 19-20)


XXXII. La città vuota (36 Stratagemmi)

Se il luogo dove il nemico è accampato è di facile accesso, vuol dire che sta tendendo un tranello.
(Sun Tzi, IX, 20)

Se non si desidera combattere, si può impedire al nemico di ingaggiare battaglia anche nel caso in cui le linee del nostro accampamento siano appena tracciate: è sufficiente mettergli di fronte una situazione strana e incomprensibile.
(Sun Tzi, VI, 12)


Conosci gli altri e te stesso: cento battaglie, senza pericoli.
Non conosci gli altri, ma conosci te stesso: a volte vittoria, a volte sconfitta
Non conosci gli altri né te stesso: ogni battaglia è una sconfitta certa».
(Sun Tzi)

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bellezza ed imperfezione

Questa mattina mi sono soffermato a guardare i cristalli di ghiaccio sul parabrezza della macchina. Lunghissime teorie di forme ramificate e caduche, cresciute lungo le righe, attorno alle particelle di sporco e di smog. Se il vetro fosse stato perfettamente levigato e pulito, ci sarebbero state lo stesso? Forse la bellezza necessità di un nocciolo duro di imperfezione e di disarmonia per potersi manifestare. O no? Buona settimana a tutti

Scialpinismo finalmente

Finalmente una gita di scialpinismo: la prima della stagione, assieme agli amici roby4061, alex e beppe. Ancora qualche minuto e mi butterò sotto le coperte, a recuperare un po’ di forze (le candeline sulla torta erano… anta, quest’anno). Sempre di più mi sembrano vere le parole di Andrea Gobetti, alpinista, speleologo, girovago e sfaccendato di una certa Torino di "qualche" anno fa. Peccato esserci solo sfiorati, tramite amici comuni. I tempi non erano maturi.

Dommage

E poi ora penso che lo scialpinismo sia fatto per la gente con il cervello già maturato, capace di vivere ed assorbire un lento presente, tra un passo e l’altro, e decantare tutto e mescolarlo con i ricordi di altre volte, di altri amici, di altre cantate, sino ad equilibrare il tutto nel ritmo della salita.

“Una frontiera da immaginare”

Andrea Gobetti

Lord Byron et Natura

C’è un piacere nei boschi senza sentieri, c’è un rapimento sulla spiaggia solitaria, c’è un mondo dove nessuno penetra, vicino al mare profondo, e musica nel suo mondo: oh, non amar l’Uomo di meno, ma più la Natura, mercé questi nostri colloqui, dai quali io rubo tutto quanto posso essere, o sono stato prima, per mescolarmi con l’Universo, e provare ciò che non riesco mai ad esprimere, e tuttavia non riesco a celare.

Lord Byron, da Childe Harold’s Pilgrimage

A tutti voi che leggete, buona giornata!!

Viaggio in Yemen 2/2

Un commiato dallo Yemen in cui sono tornato con mente e cuore, grazie ad una foto (grazie mpix..). Dal sogno di Shahara alle prosaiche escursioni nel deserto… con ancora qualche domanda. La risposta a voi, amici che leggete.

Buon viaggio!!  

STORIA SEMISERIA DI ALPINISMO EXTRAEUROPEO

 

Yemen del Nord, provincia di Sa’dah, aprile 1996, mattina.

Due fuoristrada dirigono verso il confine turbolento tra Yemen ed Arabia Saudita; attorno, colline rocciose tagliate da canaloni, qualche arbusto secco, la pista polverosa. Inutile descrivere i personaggi portati dai due mezzi: Milano, Roma, la grande provincia italiana sono ben rappresentati. I turisti scherzano, sulle buche della strada, sull’italiano "coloniale" della guida Alì, sulla impassibilità da autentico emiro del secondo autista, Tawfiq.

Scherzano e ridono, fino a quando non compare la meta della loro escursione: Umm Leyla, la "Madre Notte", una montagna dalla cima stranamente piatta, che si presenta all’improvviso da dietro una curva, gialla nel sole, ferma ed irreale nel paesaggio di colline.

"Perché bisogna salire lassù?" "Perché adesso non ci sono alternative, e se ci sono andate altre persone vuol dire che vi è qualcosa di interessante", e così le prime obiezioni svaniscono. L’avvicinamento al sentiero è decisamente movimentato: inizia un primo patteggiamento tra Alì ed alcuni ragazzini del posto che vorrebbero farci da guide. Il primo round termina a favore di Alì, che aprendo distrattamente la giacca- pastrano mostra una certa pistola, indubbiamente dissuasiva. Poco dopo ha luogo un secondo conciliabolo, che si sviluppa malamente quando Alì, stanco di parole al vento, esplode in aria un paio di colpi dalla suddetta pistola, richiamando disgraziatamente i padri e zii dei ragazzini, anch’essi ovviamente armati di fucili e schioppi. Tutto si risolve grazie all’intervento di Tawfiq, che, con invidiabile sprezzo del valore del denaro in cassa comune, unge le ruote e riempie le tasche di ragazzini, padri, zii e nonni, fino al quarto grado di parentela.

Tutte queste emozioni mettono le ali ai piedi ai viaggiatori, che si slanciano sulla pietraia alla base della montagna, per guadagnare la barriera rocciosa che conduce alla cima.

Mentre il sole inizia a scaldare, come avviene a queste latitudini, il gruppo si sgrana ed iniziano varie soste contemplative. Finalmente, quasi tutti arrivano ai piedi della rampa più difficile, ma solo pochi eletti superano le rocce che portano ad una serie di cenge nascoste, verso la cima. Man mano che si sale, le cenge si trasformano in un lastricato, che poi diventa una mulattiera ed una scala, mezza crollata. Ed oltre la scala emerge la cima, e qui si trova una città abbandonata, con le mura di cinta, le cisterne per raccogliere l’acqua piovana, la moschea e la fortezza.

Tutto attorno, solo il vuoto, più in basso colline bruciate dal sole, dal Nord il vento infuocato dei deserti d’Arabia.

Su di un muro un’iscrizione, in arabo "Bismillahi al-Rahmani al-Rahimi…" "Nel nome del Dio clemente e misericordioso…" nel 628 d. C. il governatore Badhan e tutto lo Yemen si convertono all’Islam, e questa iscrizione ne è la conferma.

Vicino a questa iscrizione se ne trova un’altra, in caratteri diversi, più antichi, quasi cuneiformi o geroglifici: mistero? Non proprio: i pochissimi turisti che non sono sconvolti dal caldo o dalla fatica forse si ricordano di essere sulla famosa Via dell’Incenso, ove transitavano carovane di migliaia di asini, carichi di spezie e profumi per la Siria, la Grecia, Roma. E si ricordano che questo era il mitico Sabah, il regno della regina Bilqis, che viaggiò fino a Gerusalemme, la città Tre Volte Santa, per incontrare Salomone, re dei Giudei, figlio di Davide, l’uccisore di Golia.

E si ricordano che Umm Leyla, la Madre Notte, era una delle città sorte lungo questa via, in posizione imprendibile, per dare rifugio alle carovane durante le notti del deserto, quando i ginn, gli spiriti del male, si trasformano in ombre nemiche e tendono agguati ai viaggiatori incauti.

E magari si ricordano anche di guardarsi attorno, ed allora vedono che il piccolo monsone di aprile sta preparando un temporale proprio alle loro spalle. Tutti hanno già sperimentato cosa significhi un temporale tra quelle montagne, con la pioggia che ti prende a fucilate ed i tuoni che spaccano i timpani. Ed allora eccoli tutti giù di corsa, indifferenti allo stile di discesa, a balzelloni tra le rocce, le pietraie, i rovi. Nella migliore tradizioni dei ripiegamenti ordinati, che spesso si trasformano in ritirate disastrose, qualcuno si perde, qualcuno si inciampa, qualcuno risale in fretta a raccogliere i dispersi, i feriti, gli scoppiati ed i contemplativi. Alla fine, appello, contrappello, imbarco sulle auto e partenza a razzo, tra sgommate nella ghiaia e curve al limite del ribaltamento. Di pioggia, neanche una goccia: forse era solo la montagna, la "Madre Notte", che voleva ritornare alla sua solitudine di regina.

Viaggio in Yemen 1/2

Sono passati 10 anni, ma i ricordi sono ancora forti.. e basta una foto su di un blog per riaccenderli, più vivi che mai..

Dedicato a chi è stato in Yemen, a chi lo sogna, a chi ci andrà, a chi se ne frega di un paese di montagne rocciose, spazi infiniti e e sole immenso..



SHAHARA

 

Caldo. Stanchezza. Persino noia. Sono quasi le quattro del pomeriggio, ma il sole è ancora un martello che picchia e brucia su questo piazzale polveroso. La guida Alì sta trattando con tre ragazzi il prezzo del nostro trasporto a Shahara, la città in punta alla montagna che sorge a cento metri da qui, come un’onda di lava emergente da questa desolazione di colline basse, piste fangose e palme secche.

Guardo i miei compagni di gruppo, e su molti visi leggo una domanda: perché? Perché siamo qui, dopo ore di pista fangosa, dopo esserci impantanati più volte, dopo un tentativo di rapina a metà tra la tragedia e l’opera buffa? Perché vogliamo andare a Shahara? La stessa domanda me l’aveva fatta con gli occhi Tawfiq, l’autista del mio fuoristrada, due ore fa. Un tipo di poche parole, davvero: con me a volte parlava, mentre gli altri miei amici per lui non esistevano. Quando la montagna era sorta dalla caligine del pomeriggio, ancora lontana ed immersa nelle nuvole, mi aveva sfiorato il braccio e così aveva annunciato: – Shahara – – Dove?- – Lassù – ed aveva indicato una cresta frastagliata. Poi aveva stretto gli occhi, nei quali avevo letto la sua domanda: perché tutti voi turisti volete salire a Shahara?

Prima possibile risposta: per farci spennare da questi ragazzini esosi e sbruffoni che ci porteranno a Shahara su dei pick-up sgangherati, per una strada impossibile.

Seconda possibile risposta: perché in certi viaggi si devono soffrire la fame, la sete, le scomodità, per poterci intimamente compiacere, una volta ritornati a casa, della nostra doccia, delle lenzuola pulite, del cibo della mamma.

Terza possibile risposta: perché, se sei in Yemen, devi andare a Shahara…

Comunque sia, adesso saliamo sul cassone di questi due pick-up e ce ne partiamo. Con la coda dell’occhio vedo Tawfiq che si sistema per la notte: resterà qui in basso, perché salire a Shahara?

La strada è semplicemente allucinante, larga quanto la macchina, con pendenza inverosimile, piena di buche e fossi; da un lato la montagna, dall’altro un precipizio infinito. Scoppia un temporale, l’acqua inonda il cielo, la strada, il cassone, noi che ci aggrappiamo a tutto quanto ci capita sottomano. Non sempre si può scegliere di che morte morire, ma qui c’è concessa la scelta: essere sbalzati dal camion, essere colpiti da una pietra trascinata dalla pioggia giù per la montagna, aspettare che s’imballi il motore ed il pick-up, finito il suo slancio disperato, scivoli all’indietro nell’abisso. Ad una botta più forte un fagotto mal legato salta per aria, mi passa davanti e lo afferro al volo prima che si perda giù nel burrone. L’aiuto pilota vicino a me sorride: erano regali per i suoi fratelli più piccoli. Ad un tratto mi afferra per un braccio ed urla qualcosa, indicando la cresta sopra le nostre teste: è il ponte turco! Due-trecento metri sopra di noi la cresta di roccia si divide in due, e nello spacco un sottile filo sembra voler tenere assieme i due lembi di roccia. Il ponte turco di Shahara, da dove scenderemo domani. Dopo un attimo le nuvole lo nascondono e la pioggia infittisce nella sfuriata finale del temporale.

Nello stesso momento in cui il vento porta vie le nuvole e ripulisce il cielo la strada si allarga e la pendenza diminuisce: siamo arrivati a Shahara. Butto le gambe indolenzite a terra, scarico lo zaino, faccio due passi e mi guardo attorno. … Sbalordisco. Nell’aria limpida dei tremila metri si presenta una teoria infinita di creste rocciose illuminate dal sole radente. Nuvole nere di temporali sono impigliate tra le cime, ingolfate nelle valli, ancorate ai picchi. Mi volto. Di fronte, in pieno sole, palazzi di pietra di 5-6 piani, le finestre imbiancate,  e poi i terrazzamenti con le piante di qat che grondano acqua dalle foglie verdissime. Non può essere vero, eppure è proprio così. Mi giro e rigiro, mi riempio gli occhi di vuoto e pieno, aria e roccia, luce ed ombra. I piedi sono ancorati a terra, ma mi sento un falco che vola nel cielo, sopra alle creste ed alle nubi. Vertigini.

 

E’ passata un’ora dal mio arrivo, sono sulla mulattiera che porta al ponte turco. Sfilo di fianco a case vecchie di duecento e più anni (Kullo Qadim, tutto vecchio, diceva un ragazzino), macerie, una cisterna, donne vestite di scialli neri fruscianti. Un sentiero, una piccola discesa e poi si rivela il ponte. Ancora vertigini. E’ un filo di pietra che lega la montagna. Pietre su pietre, attirate verso il basso dal loro peso, eppure ferme ed immobili, cristallizzate in un arabesco, in una sfida sfrontata al tempo che disgrega le rocce e travolge gli uomini. Mi avvicino e scopro che un tempo i ponti erano tre, sovrapposti, ed ora ne resta uno solo. Allora anche tu, ponte, sei caduco, il tuo destino sarà crollare, attirato dall’abisso che ora domini superbo.

Ritorno suoi miei passi, arrivo nella parte più alta di Shahara nel momento in cui il sole tocca l’orizzonte. E’ allora che dalla moschea parte il canto del muezzin, e mille altri gli rispondono dalle creste e dalle valli vicine. "Allahu Akbar, La Illa Illah Allah" "Dio è il più grande, non c’è altro Dio all’infuori di Dio". Devo davvero fermarmi e sedermi un attimo. E’ vero, in questo paesaggio di roccia e vento, di edifici in rovine ed ancora abitati, tra questi sguardi tenebrosi di donne velate e sfuggenti, tra gli occhi fieri di questa gente di montagna, Dio è davvero il più grande. Ed è l’Unico, l’unica sicurezza a cui attaccarsi per non finire schiacciati e smarriti. Le voci dei muezzin volano, portate dal vento.

"… cerco la Sua protezione.. contro la malvagità della notte quando diventa buio ed il sole tramonta…". Come recita questa Surah, la notte mi cade addosso come un macigno, in un attimo è tutto buio, fuorché le stelle in cielo. E la brace di una sigaretta accanto a me. Trasalisco. Una risatina. Allora guardo meglio, e rido anch’io: è il ragazzo del pick-up, quello del pacco preso al volo. Solite domande iniziali, come ti chiami, da dove arrivi, dove vai, sei sposato…pi restiamo a lungo in silenzio, a guardare le stelle. E poi ecco la domanda fatidica: perché sei venuto a Shahara?. Bella domanda, ma adesso la risposta la conosco: "Per vedere tutto questo" ed indico la spianata sotto di me, le case, le montagne, le stelle. "Ma lo hai visto il ponte?" "Sì" "Il cannone, la moschea?" "Sì, ma il più bello è qui". Silenzio. Infine mi alzo, ed allora mi fissa attentamente e mi dà le sue sigarette "Tanti salgono qui, vedono il ponte, poi si chiudono in albergo e si lamentano del cibo e del freddo. Non tutti: qualcuno si lascia volare tra le montagne e le valli, ne respira l’aria ed è felice. Questo è un ospite. Ed un amico. Che la benedizione di Dio sia su di te". Se ne va.

Entro in albergo, chiudo la porta dietro di me, mi lascio Shahara alle spalle. Non so ancora perché, ma sento che è stata una giornata indimenticabile. Forse sono salito quassù per questo.