Ultimo dell'anno

Siamo giunti al capolinea di quest’anno… sarebbe tempo di bilanci e buoni propositi, ma oggi non ne voglio fare. Rimangono cose in sospeso, ultimi eventi decisamente tristi, e quindi non si crea quell’atmosfera da "voltare pagina" che solitamente pervade queste giornate.

Comunque sia, voglio fare a tutti voi che leggete queste pagine i miei (i nostri… ci sono anche elena e caterina, qui vicino!!) migliori auguri di Buon 2007: trascorretelo in armonia, letizia e bellezza..

Per oggi non aggiungo altro, se non grazie a tutti gli amici con i quali ho trascorso splendidi momenti, in montagna, al mare, sul lavoro e nel tempo libero.. a Voi tutti, GRAZIE di Cuore!!!

Lascia dormire il futuro come merita. Se lo si sveglia prima del tempo, si ottiene un presente assonnato (Franz Kafka)

 

 

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Arrivederci

Ieri ho fatto l’ultima gita sui monti, prima che l’anno voltasse pagina. In mancanza di neve, sono andato in un luogo a me molto caro, a camminare un po’. Un balcone a picco sulla Valle di Susa, in vista dei monti dell’Orsiera. Se si arriva fino allo spartiacque con le Valli di Lanzo, si scoprono nuovi orizzonti, si spazia dal Rosa ai carissimi monti del Gran Paradiso. In lontananza occhieggiano il Monviso, la Serra d’Argentera, gli Appennini, la Barre des Ecrins ed il Delfinato. Luoghi  già visti, o che spero di vedere prossimamente: Per adesso  rimangono nell’agenda dei progetti futuri.

All’imbocco della Valle, la Sacra di San Michele lancia la sua sfida ai secoli, allo smog che nasconde la pianura, al gelo che la corrode.

Un posto tranquillo, illuminato bene, come diceva Hemingway.

Non sempre mi trovo d’accordo con la citazione di sotto. La concordanza dipende dall’effettivo senso di appartenenza con la terra, l’aria, il vento. Con la voglia di correre e brigare per arrivare davvero su una cima, una vetta, una meta. In questi momenti, in grembo ad un inverno arido e luminoso,  l’importante è fermarsi un attimo, a pensare, ascoltare, e lasciare al vecchio anno le smanie di successo e le frenesie della competizione.

"Soltanto le montagne che ci hanno dato un attimo di vita vera, le possiamo sentire come nostre, con un senso di possesso che non è dominio, ma purissimo amore. Le altre montagne le ammiriamo, sì, ma dal di fuori: non sono nostre, ci sono estranee." Ettore Castiglioni, nato a Ruffré (TN) il 28 agosto 1908, morto nel marzo 1944 al Passo del Forno.

 

 

 

 

 

staccare la spina

Si avvicina il Natale, cresce la necessità di staccare la spina…
Montalbano e Camilleri… che coppia!!

"L’acqua bolliva, calò la pasta. Squillò il telefono, ebbe un momento d’esitazione, incerto se rispondere o no. Temeva una telefonata lunga, che magari non era facilmente troncabile e che avrebbe messo a rischio il punto giusto di cottura della pasta. Sarebbe stata una catastrofe sprecare la salsa corallina con un piatto di pasta scotta. Decise di non rispondere. Anzi, per evitare che gli squilli gli turbassero la serenità di spirito indispensabile per gustare a fondo la salsetta, staccò la spina."

Considero valore

 Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.

Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.

Considero valore il vino finché dura un pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.

Considero valore quello che domani non varrà più niente e  quello che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.

Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordarsi di che.

Considero valore sapere in una stanza dove è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.

Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

 

ERRI DE LUCA

Non stravedo per De Luca (excuse-moi, Erri, tu sais…). Ma di fronte ai colpi di scalpello di un nobile artigiano quale lui è, semplicemente mi inchino… CHAPEAU!!

 

Plato….

“Quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad avere coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade che i governanti pronti ad esaudire le richieste dei sempre più esigenti sudditi vengano chiamati despoti. Accade che chi si dimostra disciplinato venga dipinto come un uomo senza carattere, un servo.  Accade che il padre impaurito finisca di trattare i figli come suoi pari e non è più rispettato, che il maestro non osi rimproverare gli scolari e che questi si facciano beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti dei vecchi e per non sembrare troppo severi i vecchi li accontentino. In tale clima di libertà, e in nome della medesima, non v’è più rispetto e riguardo a nessuno. E in mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa una mala piana: la tirannia.”

 

PLATONE, Repubblica, Libro Ottavo  

Punta Cian… e non solo

Al Col du Fort ci abbracciamo.

Perché la discesa è finita.

Un canalino di roccia e sfasciumi, da scendere in doppia con ancoraggi dubbi. Su tutto, l’ombra di un caro amico, morto in quella stessa discesa appena una settimana prima. Le eccessive cautele ci hanno caricati di una tensione negativa che minaccia di lasciare un pessimo ricordo della salita.

La salita, quella, è stata stupenda.

Dal bivacco Rivolta (splendido, confortevole, deserto…) abbiamo superato un primo risalto di placche e paretine, fino ad uno spallone pianeggiante. Da lì la punta sembra sdoppiarsi. Scherzi della prospettiva. Il passaggio chiave arriva subito dopo; è un diedro, di III. Oppure IV? Leggo negli occhi della mia socia la voglia di provare. Avanti, principessa, stavolta sarò io il tuo scudiero.  Dopo il diedro, un camino ci porta in vetta.

Punta Cian è ai nostri piedi, salita per la cresta Rey.

 

“Allora, ti è piaciuta la cresta Rey?”

La strada poderale per Torgnon è lunghissima. Chiacchierare fa passare il tempo ed aiuta ad allentare la tensione della discesa.

“Bellissima. Ma…”

Sospensione del discorso. C’è qualcosa che non va, principessa?

“Questo Rey… è quello della tessera del CAI?”

Sì, potrebbe essere lui, o magari un altro Rey. Sono colto dal dubbio. Consulto le note alla relazione dell’itinerario.

Punta Cian, cresta EST o cresta REY, salita da Guido Rey con Jean Joseph Maquignaz nel 1896. E’ lui. Lo stesso autore di quella scritta sulla tessera del CAI che spesso e volentieri ho preso in giro.

 

IO CREDETTI E CREDO LA LOTTA CON L’ALPE UTILE COME IL LAVORO, NOBILE COME UN’ARTE, BELLA COME UNA FEDE.

 

Brutto, come biglietto da visita.

Ero giovane, quando per la prima volta mi piegai dal ridere  leggendo quello scritto. E presi in antipatia il suo autore.

 

Sciocco. Perché Guido Rey non è una frase altisonante che, al di fuori del suo contesto naturale, è pericolosamente incline al ridicolo.

Non giudichiamo un autore soltanto da venti parole messe assieme.

Guido Rey è stato il cantore del Cervino, quel Cervino che si erge irriverente proprio di fronte a Punta Cian.

Ad esso egli ha dedicato la sua arte, la sua passione, i suoi ardori. Una tempra che, per citare le parole dell’amico Edmondo De Amicis, “consentendo i casi e le circostanze, avrebbe esplorato l’Africa e le regioni polari, o tentato nuove vie di commercio lontano, o si sarebbe dato ardentemente a una scienza o ad un’arte, con fortuna pari all’ardore”.

Si legò intimamente a quel monte che svettava solitario sui pascoli verdi (allora!! ) del Breuil, prima dell’avvento del cemento di Cervinia.

“Il Monte Cervino”. “Alba Alpina”. “Alpinismo acrobatico”.

Tre libri, tre  capolavori. Dal titolo si comprende l’entità del coinvolgimento.

Frasi roboanti? Prosa altisonante?

Certo. Sicuro. Anzi, aggiungiamo che determinati passaggi verbali sono proprio stucchevoli. In generale la forma linguistica risulta davvero datata.

 E’ facile demolire lo scritto.

Non perdiamoci dietro alle virgole, agli aggettivi, al numero medio di parole per frase.

Andiamo oltre.

Rey scrive di alpinismo? Si?

Bene. Chiediamoci allora quanti altri alpinisti hanno avuto il coraggio di “mettere giù” in maniera così esplicita il loro amore per la montagna, per UNA montagna.

In quanti hanno l’onestà di andare così a fondo nel loro rivelarsi e, nello stesso momento, si mantengono così lucidi da accompagnare passo dopo passo i cosiddetti neofiti nel loro ambiente, nel loro sentire?

Guido Rey ci prova: fedele alla sua epoca, si erge a cantore del Monte e mentore dei giovani che si dispongono alla “lotta con l’alpe”.

Eccolo, il tribolato incrocio tra poesia e didattica.

Da cui deriva il discorrere lucido, coerente eppure ispirato.

Ottimo, degno di massima lode.

Ma… non fa i conti, il nostro Rey, con la sovrabbondanza di parole che oggigiorno ci sommerge. Il suo messaggio ha bisogno di tempo, per essere analizzato ed interiorizzato. Ed è il tempo che manca alla frenesia odierna.

Il messaggio di Rey non emerge, non si impone.

Nuove forme espressive si affermano, e giustamente. Ma non dimentichiamo Rey. Se facciamo un passo indietro e rileggiamo qualche suo scritto con gli occhi che “avrebbe voluto che noi avessimo”, riusciremo ancora a stupirci delle meraviglie che ci circondano.

Buona lettura, signori.

 

Inciso.

“Il tempo che torna”: uno dei suoi  ultimi libri. Il più intimo. Quasi un commiato.

 

Focene (Fiumicino), 17 novembre 2006.

Libeccio sul mare. Il sole declina all’orizzonte.